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L’ASIA-PACIFICO È IL NUOVO PUNTO DI SNODO DELLE POLITICHE INTERNAZIONALI

Si è tenuto il 7 maggio un importante seminario promosso dall’IsAG dal titolo “La nuova centralità geopolitica dell’Asia-Pacifico: che ruolo per l’Italia?”, organizzato in occasione della pubblicazione di Asia-Pacifico: un nuovo pivot, l’ultimo numero di “Geopolitica”, la rivista dell’Istituto. L’incontro, che si è svolto presso la Sala delle Colonne, ha visto la partecipazione del Dott. Tiberio Graziani (IsAG, Presidente), di S.E. Nguyen Hoang Long, Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Repubblica Socialista del Vietnam, del Min. Pl. Andrea Perugini, Direttore Centrale per i Paesi dell’Asia e dell’Oceania del Ministero degli Affari Esteri, del Gen. B. Francesco Lombardi, Vice-Direttore CeMiSS e ISSMI, del Dott. Massimiliano Porto, Direttore programma di ricerca “Asia Orientale” dell’IsAG, del Dott. Daniele Scalea, Direttore Generale dell’IsAG e del Consigliere Doug Trappett, Vice Capo Missione dell’Ambasciata d’Australia a Roma.

Impossibilitato a partecipare per impegni parlamentari, ho ritenuto comunque opportuno inviare un indirizzo di saluto, non solo per una questione di cortesia, essendo stato uno degli organizzatori dell’evento, ma anche per le tematiche in discussione. E’ indiscutibile, infatti, che l’Asia-Pacifico rappresenti, per l’Unione europea e per l’Italia, un interessante e importante nuovo punto di rotazione delle politiche internazionali. La ragione di tanta attenzione, com’è noto, è legata alle spinte del vertiginoso sviluppo commerciale verso quest’area, nella quale vi sono potenziali giganti demografici ed economici, quali la Cina e l’India. E’ evidente e naturale, dunque, l’interesse per l’intensificazione dei rapporti di libero scambio con interlocutori di tanto peso. Come testimone diretto della realtà australiana, poi, non posso non sottolineare la progressiva e sicura crescita economica di questo Paese, il carattere avanzato della sua organizzazione sociale, il tratto europeo sotto il profilo culturale e linguistico, il riferimento a valori e principi riconducibili alle moderne democrazie occidentali. L’Australia, inoltre, gode di una rendita di posizione invidiabile per il fatto di rapportarsi strategicamente a quattro mondi: all’Europa per cultura e tradizioni, all’Asia per contiguità territoriale e rapporti economici, al Pacifico per ruolo di stabilizzazione politica ed economica e agli Stati Uniti per alleanze militari, politiche ed economiche. Non manca, comunque, qualche aspetto problematico, riguardante anche l’Italia, che sembra un po’ attardata in questa prospettiva. Nel 2011, ad esempio, l’Italia ha esportato per oltre 60 milioni di euro di beni e servizi nell’area Asia-Pacifico e ha importato per oltre 94 milioni dalla stessa area. Nel 2012 l’Asia orientale e l’Australia hanno accolto oltre il 9% dell’export italiano, mentre il 10% delle importazioni italiane provengono dalla stessa area. La nostra presenza, inoltre, spesso è considerata scarsa, lenta e poco influente. In un’ottica europea, è legittimo chiedersi se il nostro interesse per gli aspetti commerciali ed economici, sicuramente importanti, non debba evolvere verso una fase nuova, aprirsi una visione geopolitica più ampia, tradotta in strategie internazionali di più vasto respiro. In una recente conferenza a Melbourne, proprio sul tema dei rapporti tra Asia Pacifico e Unione Europea, organizzata dall’European Union Studies Association – Asia Pacific, i delegati hanno chiesto all’Europa una maggiore presenza a livello di ricerca scientifica e di tecnologia, di investimenti strategici, di best practices and Governance, di scambi a livello parlamentare e di governo, e una maggiore presenza culturale. Un delegato proveniente da Singapore ha testimoniato anche l’interesse per la pianificazione urbana, per l’esigenza di città-stato come Singapore e Hong Kong di rendere le proprie città più vivibili. L’Italia, poi, ha una particolarità significativa, alcuni accordi tra Regioni e province cinesi volti al trasferimento del know-how italiano in campi come il restauro, la sicurezza alimentare, la formazione manageriale, l’innovazione nel tessile e lo sviluppo delle energie rinnovabili. Il nostro Paese ha un ruolo da esercitare anche grazie alla sua diaspora nell’area, in particolare in Australia e Nuova Zelanda. Il numero crescente di giovani ricercatori e professionisti in Asia-Pacifico, la presenza in questa regione dei centri direzionali di importanti multinazionali richiedono allo Stato italiano di rafforzare la sua presenza, non certo di indebolirla con la chiusura dei Consolati. Al contrario, sarebbe un nostro interesse primario procedere al rafforzamento della rete diplomatico-consolare al servizio dei residenti stabilmente all’estero ma anche delle nuove mobilità. In epoca recente vi è stata una proliferazione di centri dedicati allo studio dell’Europa in paesi dell’Asia-Pacifico. Questi centri, cofinanziati dall’Unione europea e da università locali, centri di ricerca e gruppi industriali, rappresentano per noi un interessante segnale del fatto che il mondo accademico e quello industriale sono pronti al dialogo. I finanziamenti europei a questi centri sono certo un atto positivo da parte UE. Il Ministero degli Affari Esteri ritiene giustamente che “la regione dell’Asia-Pacifico è un formidabile banco di prova”, fatto di “sfide e opportunità”. Dobbiamo trasformare le nuove sfide in opportunità. Se saremo capaci di farlo, l’Asia-Pacifico risponderà con rinnovato interesse sia ad una qualificata presenza italiana che ad una azione geopolitica e strategica dell’Unione europea.

8 maggio 2014, Marco Fedi